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La Sicilia è terra di miti e di leggende. C'è stato un tempo a Catania, ma possiamo dire la stessa cosa di tutte le città più o meno popolate della nostra Terra, in cui si mangiava pane e leggende.
Il tempo, come i marciapiedi, può fare la fortuna di un personaggio e mitizzarlo e può invece dimenticarlo e cancellarlo dalla memoria collettiva. È il caso del paladino "UZETA". La parola paladino ci proietta nel mondo di Orlando e Rinaldo, epici personaggi del mondo dell' Opera dei pupi, paladini di Francia alla corte di Carlo Magno. Cosa sappiamo di questo Uzeta? Sappiamo che era di umili origini e si racconta fosse coraggioso e valoroso tanto da sposare perfino la figlia del re. Si sente parlare per la prima volta di Uzeta nel 1901, quando al teatro Dante di via Zappalà Gemelli a Catania a due passi del cortile di Gammazita", nei pressi di via san Calogero, zona "vecchia di Catania", fu messa in scena la storia di questo personaggio nato dalla fantasia di Raffaele Trombetta, un giovane orafo e promettente attore di prosa.
Fu lui, secondo il racconto del nipote, Antonino Amico, che spulciando le carte ingiallite del nonno trov le prime tracce di questo personaggio. Uzeta era il protagonista di questo lavoro teatrale.
Come scrive Salvatore Lo Presti nel volumetto "I Pupi" del 1927: Figlio di un povero operaio e palafreniere alla custodia dei cavalli del re, ce lo presenta in una giornata tempestosa, in cui il suo animo forte e nobile vacilla e forse sta per cadere, inesorabilmente vinto dal destino crudele, che l'ha privato dei suoi genitori. Ma, la fatalità
gli pone dinanzi, vicino al lago di Nicito, un'incantevole figura di donna, la figlia del Re Cocolo di Catania, Galat a. In un'occasione salva la principessa da un cavallo imbizzarrito, disarcionata, cade violentemente a terra e sviene. Il nostro eroe la prende fra le sue braccia e la bacia violentemente. Risvegliatasi, Galatea, e resosi conto di quello che le era accaduto, prova disprezzo per l'ardimentoso e impudente giovane e si allontana. Ritroviamo il "Catanese" sulle sponde del fiume Simeto in una notte illune e senza stelle, cupa come la sua anima stanca, tra un fitto gruppo di corsari... Egli diventa, infatti, più tardi, salvatore della sua patria, della sua diletta Catania. Il popolo festoso lo acclama e Galatea pentita, chiede al padre di concederla in sposa al nuovo eroe.
Subito dopo lo sposalizio, fastoso e regale, il "Catanese" riparte per andare incontro all'ignoto. Lo ritroviamo a Roma assediata dai Barbari.
La difende, e con essa il Papa, lo nomina "Principe del Simeto", "Gonfaloniere" e "Capitano Romano". E così continuano le gesta di questo eroe autoctono nato dalla fantasia di Don Raffaele Trombetta fino al suo rientro a Catania. Il rientro di Uzeta, ferito alla spalla da una freccia, è doloroso e tragico dopo aver ucciso involontariamente suo figlio Osvaldo che sotto le armi non sue, l'aveva sfidato al combattimento.
Accudito e curato dalla sua amata Galatea, il capo orgoglioso del nostro eroe si piega alla morte. E, come conclude il Lo Presti nel suo libretto "I Pupi": "Mentre i tremuli guizzi del sole nascente, come saette d'oro, si frangono sull'Etna maestoso, che ruggisce di dolore, Uzeta, serenamente e cristianamente, si spegne". Nel 1926 arriva il tempo per Giuseppe Malfa di pubblicare con la casa editrice Leggio di Palermo (nota per la pubblicazione di romanzi cavallereschi a dispense settimanali) il romanzo dal titolo "Uzeta il Catanese e Magilda di Catane, ovvero Ferrantino Sant'Aquila".
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