GAMMAZITA

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Pozzo di Gammazita
GAMMAZITA
Leggenda Popolare Catanese
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Ubicazione del pozzo dove sarebbe avvenuto il fatto

Il Pozzo di Gammazita si apre in un cortile chiuso fra le case ottocentesche di via San Calogero, a due passi dal Castello Ursino. L'accesso al cortile, avviene attraverso una scala di sessantadue gradini che sostituisce quella originaria in pietra lavica e ciottoli, distribuiti in cinque piccole rampe interrotte da pianerottoli rivestiti di pietra lavica e cotto siciliano, che lo portano a circa 12 metri sotto il livello stradale. Alla base della scala si apre uno stretto spazio, anch'esso pavimentato in cotto siciliano chiuso da un tratto residuo della cortina muraria cinquecentesca: qui scorreva l'acqua sorgiva, in una vasca su cui incombe la massa lavica che ha chiuso la fonte.
A pochi passi dal Castello Ursino, seppur nascosto agli occhi dei passanti, esiste un luogo straordinario. Lo stesso che per secoli ha ammaliato poeti, pittori e viaggiatori, che ha servito la città e i suoi abitanti di acqua limpida e naturale. Ce ne lascia una vivida descrizione lo scrittore franco-svizzero Charles Didier* nel suo libro (Italie pittoresque, Amable Costes éditeur, Parigi, 1834-1836) "Fra le più curiose è un frammento delle antiche mura della città interamente coperto di lava: ai piedi di esso una fontana che manda acqua di una freschezza e di una limpidezza che sono degne di Aretusa". Questo pozzo è diventato scenario di una leggenda che si tramanda di generazione in generazione: Gammazita, popolana catanese pronta a morire piuttosto che cedere alla violenza dei dominatori.

LA LEGGENDA DI GAMMAZITA

Il racconto popolare narra di una virtuosa ragazza catanese che, verso il 1280 preferì gettarsi in un pozzo, invece di cedere alle insidie di un soldato francese, Drouet (citato in italiano comunemente come Droetto, appunto per identificare un soldato francese) che si era invaghito di lei. Proprio nel giorno del suo matrimonio, mentre Gammazita si recava come sempre a prendere l'acqua, il soldato la aggredì violentemente e la ragazza, vistasi preclusa ogni via di scampo, preferì gettarsi nel vicino pozzo piuttosto che cedere al disonore. La leggenda presenta sicuramente un collegamento con la realtà storica: fa riferimento alle angherie compiute dai dominatori francesi sugli oppressi siciliani, una delle cause dello scoppio dei Vespri siciliani del 30 marzo 1282.

LE VARIANTI DELLA LEGGENDA

Versioni successive arricchiscono il racconto, romanzandolo e aggiungendogli altri personaggi di contorno. In esse si fa preciso riferimento all'anno in cui si sarebbe svolto tale avvenimento, il 1278, e si racconta di donna Macalda Scaletta, bellissima e orgogliosa vedova del signore di Ficara, che attirava la corte di tutti i cavalieri francesi e siciliani. Ella, tuttavia, innamoratissima del suo giovane paggio Giordano, sfuggiva a tutte le proposte amorose. Un giorno però Giordano vide la giovane Gammazita intenta a ricamare dinanzi alla soglia della sua casa e se ne innamorò perdutamente. L'amore dei due giovani destò le ire e la folle gelosia della perfida Macalda, che si accordò con il francese de Saint Victor per tendere loro un tranello: questi avrebbe dovuto far capitolare Gammazita e Macalda sarebbe stata sua. De Saint Victor fece numerose imboscate, approfittando in particolare delle volte in cui Gammazita si recava ad attingere acqua alla vicina fonte. Un giorno riuscì infine ad afferrare la fanciulla, ma lei si divincolò dalla sua stretta e non vedendo altra via di scampo, per il suo onore preferì gettarsi nel vicino pozzo. Giordano, appreso quanto accaduto, in preda alla disperazione assalì il suo nemico, uccidendolo a pugnalate. La fine orrenda della fanciulla e la sua virtù destarono in tutti i catanesi profonda commozione e furono sempre citati come esempio del patriottismo e dell'onestà delle donne catanesi, mentre i depositi di ferro che creavano macchie rosse sulle pareti del pozzo furono spiegati tradizionalmente come tracce del sangue di Gammazita.

Origine del nome GAMMAZITA

1. Jamma tisa da una leggenda che vede protagonista un uomo con una gamba tesa o rigida che abitava in una grotta vicino alla fonte, che dunque prenderebbe il nome da questo suo difetto fisico.

2. Lega il toponimo a due misteriose lettere dell'alfabeto greco, la gamma e la zeta scolpite su una pietra di un antico muro che fiancheggia la fonte. Dell'antica iscrizione ne parla Carmelo Sciuto Patti - Il fonte di Sant'Agata alla Marina.

3. Il nome nascerebbe dall'unione di due parole, Gemma e Zita ("fidanzata" e "sposa"). È legato alla leggenda che racconta la storia delle nozze fra la ninfa Gemma e il pastore Amaseno (o Amenano).

La storia di Gammazita ha dato spunto anche ad un antico canto popolare catanese che Lionardo Vigo riporta in "Opere" vol. II (Raccolta amplissima di canti popolari siciliani) Catania, 1860. Lo stesso canto fu ricordato da Giuseppe Pitrè in Canti Popolari Siciliani vol. I - Palermo, 1871.

Il Vigo fa seguire al canto la seguente nota: "Gamma-Zita, bellissima giovane catanese, pria di recarsi alla chiesa per sposarvi un suo compaesano, fu inseguita da uno sgherro provenzale per far oltraggio al suo pudore, nè potendo altrimenti sfuggire alla forza del violento, annegò nel pozzo del Cortile di Vela in Catania, o come da altri meglio si crede, e una nonagenaria donna mi affermava, in un altro accosto, da pochi anni ricolmo. Il fatto avvenne verso il 1280, e dopo 600 anni circa il popolo lo celebra con orgoglio.
Lo stesso canto fu ricordato da Giuseppe Pitrè in Canti Popolari Siciliani vol. I - Palermo, 1871.

Tu di li cori si la calamita

La mia palora non si cancia e muta;

Ti l’hè juratu e ti saroggiu zzita,

Chista mè porta ppi l’autri è chiujuta:

cala li manu si mi voi pi zzita,

l’ura di stari ‘nzemi ‘un è vinuta:

si cchiù mi tocchi, comu Gammazita,

Mi vidi ‘ntra lu puzzu sippilluta.

Il comune di Catania ricorda Gammazita con uno dei 4 candelabri o lampioni in bronzo realizzati dagli scultori catanesi, Domenico (detto Mimì) Maria Lazzaro e Domenico (detto Mimmo) Tudisco, sistemati ai quattro lati in piazza dell’Università e dedicati appunto al nostro personaggio, ai fratelli Pii, a Uzeta e Colapesce, principali personaggi delle leggende di Catania.
Christian E. Maccarone

Candelabri in piazza dell'Università


*Didier è lo stesso scrittore che ai primi del ’900, scrisse il romanzo "Carolina in Sicilia". In questo libro c'erano scritte queste parole: «Un incontro. Al di sotto di Castelvetrano piccola città situata all’occidente della Sicilia, s’estende lungo il mare una pianura immensa, incolta, disabitata, come le Maremme romane, abbandonata nell’inverno al gregge e nell’estate alla malaria. Non vi cercate gli splendori classici della vegetazione meridionale: un sol albero farebbe meraviglia, e fin dove può giungere occhio umano, la campagna è coperta non di magnifiche palme, le quali uniscono tanta grazia alla loro maestà, ma di piccole palme indigene, arbusto meschino che si spande come un ventaglio, a un piede dal suolo, senza mai alzarsi di più. In mezzo a questa pianura oggi tanto sterile, fioriva l’antica città di Selinunte le cui vaste ruine riflettono ancora sulle onde le melanconiche loro ombre». Molto incuriosito, ed anche un po’ eccitato per la mia scoperta, mi avventurai a leggere altre pagine del testo. Era un romanzo d’appendice tipicamente francese, il celebre feuilleton, il cui intreccio, piuttosto farraginoso e contorto, descriveva l’improbabile passione d’amore tra Maria Carolina d’Austria, regina delle Due Sicilie, esiliata dagli Inglesi, nel 1812, proprio a Castelvetrano, allora sessantenne, (il marito, il re Ferdinando di Borbone era stato relegato in una villa al bosco della Ficuzza) e un giovane suo capitano trentenne di nome Fabio che abitava in una casetta nei pressi di Campobello di Mazara. Ma quel giorno, più che la storia romanzesca mi colpì il fatto che essa fosse stata ambientata a Castelvetrano. Lessi, ancora: «La città di Castelvetrano non è che un grosso borgo agricolo abitato da rozzi campagnoli, il quale ai tempi del feudalismo apparteneva, corpo e beni alla ricca casa Siculo-Calabrese dei duchi di Monteleone. Malgrado l’antica origine di cui vantasi questa città, è un luogo assai insignificante e produce solo buon vino come l’indicano le medaglie di quei tempi su cui è effigiato un grappolo. Fu la culla d’uno dei primi musicisti del secolo XVIII, Francesco Maggio; e la chiesa parrocchiale possiede una bellissima statua di S. Giovanni Battista del Gagini, il Michelangelo siciliano. Quanto al resto non si può che applicarle il ‘guarda e passa’ di Dante. Era colà che la politica inglese aveva relegata la figlia di Maria Teresa, la sorella di Giuseppe II, Carolina Arciduchessa d’Austria, Regina delle due Sicilie. Il palazzo (in Sicilia quello che non è capanna chiamasi così) da lei abitato non era che una grande casa senza carattere architettonico, poco differente da quella del dottore e del notaio; ben modesta di conseguenza per accogliere un’augusta esiliata».

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