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Anfinomo e Anapia vivevano nella città di Catania, ai piedi dell’Etna. A causa di una eruzione del vulcano, il fuoco raggiunse ed incendiò Catania. Mentre gli abitanti cercavano di salvare le proprie ricchezze, i due fratelli pensarono solamente a porre in salvo i loro genitori. L’uno caricò il padre, l’altro la madre sulle spalle e fuggirono attraverso le fiamme che divoravano tutte le case della loro strada. Gli Dei, mossi dall'amore genitoriale di questi due fratelli, fecero sì che le fiamme non li toccassero, la lava si divise miracolosamente per non far loro del male, lasciando loro libero il passaggio e lasciandoli incolumi. Anfinomo e Anapia si resero tanto celebri per tale azione, che vennero chiamati "pii" e Siracusa e Catania iniziarono a disputarsi l’onore di aver loro dato culla e fecero a gara nell'innalzare templi alla pietà filiale in memoria di tale avvenimento. L'amministrazione comunale di Catania ricorda i Fratelli Pii con uno dei 4 candelabri o lampioni in bronzo, sistemati ai quattro lati di piazza dell'Università. Gli altri tre candelabri ricordano le leggende di Gammazita, Uzeta e Colapesce.
Questi candelabri sono stati realizzati dagli scultori catanesi, Domenico (detto Mimì) Maria Lazzaro e Domenico (detto Mimmo) Tudisco. Gli altri tre candelabri fanno riferimento a Gammazita, a Uzeta e Colapesce, principali personaggi delle leggende di Catania.
L'episodio che ha visto protagonisti Anfinomo e Anapia è narrato nel poemetto latino Etna (parte della cosiddetta Appendix Vergiliana).
Christian E. Maccarone

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