Il Sentimento Religioso dei Siciliani

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Il Sentimento Religioso dei Siciliani

" Una razza, abbracciando un culto
che non era stato fatto per essa,
lo trasforma secondo i bisogni
della sua immaginazione e del suo cuore."
E. Renan


La storia delle religioni raccoglie gli elementi più profondi dell'intima natura dei popoli, e la ricerca, in questo campo, porta alle più sorprendenti scoperte dell'etnologia. Presso tutte le Civiltà, lo spirito pratico nacque e si sviluppò dopo la sensibilità religiosa. Il fenomeno primordiale del sentimento, o dell'istinto religioso, avrebbe avuto origine poligenetica come ogni fatto fondamentale dello spirito umano, ma lo studio del suo sviluppo, dei miti e dei rituali attraverso i quali i siciliani lo hanno manifestato nei millenni, resta il tema più affascinante e inesplorato del mondo mediterraneo antico, area dove è nata la Storia e dove si hanno tracce di antichi culti misterici.
Qui, dove le differenti stirpi si unirono, filtrando il proprio mondo nel precedente e primitivo mondo locale, il processo d'amalgama, di confusione e di sintesi dei molteplici miti teologali e dei rispettivi rituali, è divenuto ancora più inestricabile, a causa delle tormentose vicende del territorio e delle diverse Civiltà che vi confluirono. Il sentimento indigeno si amalgamò con quello dei Sicani, dei Siculi e degli Elìmi per arrivare a quello greco e a quello romano confondendosi e divenendo un tutt'uno. Il tessuto mitologico è privo d'orli. Si potrebbe cominciare da una profondità sempre maggiore, spingersi sempre più in là, e propriamente non finirla mai. Il pensiero umano è mitico e logico insieme. Né la religione è puro pensiero razionale, estraneo al mito. Come la magia, così il mito è già religione.
Il clima spirituale della Sicilia aveva alcunché di particolare e di ineguagliato; esso si prestava alla mitizzazione per il suo ricco sostrato religioso. Restringendo l'indagine alla morfologia spirituale del sentimento collettivo che si è formato dentro la lente ustoria della terrificante esperienza storica isolana, si può affermare che la natura del particolarismo religioso dei siciliani si rileva dalle sue stesse originarie concezioni magiche, animistiche e politeiste, trasposte nell'attualità temporale della professione di fede cristiana. Il dato è confermato dalla persistenza dei più antichi riti pagani, ed il mistero che racchiudono, in una Sicilia misteriosa e leggendaria dominata da dei, dove si celebravano i fasti ed i misteri di numi a noi tanto familiari, e dalle vecchie convinzioni dell'anima popolare, che intende identificarsi così nel culto dell'ultima religione introdotta in Sicilia tardivamente. Oggi siamo in grado di stabilire che l'impronta maggiore è stata data dai greci che hanno saputo imporre agli autoctoni il loro pantheon di dèi. La stessa religione romana subì l'ellenizzazione dei miti senza aver portato differenze degne di nota al sentimento e alla cultura religiosa ad esclusione dei nomi delle divinità. Così si ebbe un pantheon double face, Artemide per Diana, Ermes per Mercurio, Ares per Marte, ecc.. Quando non esisteva la corrispondenza con la divinità italica, quella greca veniva recepita automaticamente.

Ogni popolo conserva, specie negli strati sociali più umili, traccia delle sue più antiche concezioni religiose, anche di quelle che nel pensiero delle classi elevate sono ormai eliminate. Ma il particolarismo religioso dei siciliani consiste nell'ininterrotto processo di trasposizione iniziatosi dalla preistoria e che l'avvento del cristianesimo non ha arrestato.
La Gente di Sicilia ha voluto e saputo adattare il calendario di un'epoca naturistica e mitica (un esempio lo troviamo nelle feste in onore di Dionisio che si svolgevano nell'antica Grecia all'inizio della primavera, erano feste agricole, familiari) ad un altro puramente cristiano, adeguando perfino i dogmi della cristianità al carattere idillico e passionale delle vecchie religioni mediterranee ed alle proprie esigenze.

Oltre che dalla viva tradizione, questo specifico atteggiamento dell'inconscio logico del sentimento religioso è provato anche dall'ubicazione topografica delle più antiche chiese, dai monumenti, dalle iscrizioni, dalle fonti letterarie popolari relative alla fede, e perfino dagli itinerari urbani che le processioni dei fedeli, perlopiù di fede cattolica, ripetono con esattezza dai tempi arcaici, sostituendo alle esigenze dell'una o dell'altra teologia, e del dramma stagionale sacro e immutabile, il simulacro non pervenutoci di Gereatide o degli dèi Pàlici, (santuario situato tra Mineo e Palagonia, sul cui frontone centrale campeggiava un’epigrafe in caratteri siculi, “La Sicilia ai Siciliani” che si poteva ammirare fino al XVI secolo, l'odierno laghetto vulcanico di Naftìa) con quello più fantasioso delle altre divinità sicane, africane, fenicie, greche, puniche e romane, del Cristo e dei santi, ma con lo stesso sentimento religioso originario.
Le vecchie credenze e le antiche usanze vi hanno pure lasciato le loro viventi rovine, che s'incontrano ad ogni passo e che richiamano in mezzo alla vita moderna i ricordi dell'antica poesia. Anche quando sono scomparse davanti al Cristianesimo, le divinità pagane vi hanno lasciato ovunque i loro fantasmi. Ma i fantasmi dell'etnologia sono creature vive e inquietanti.
La scienza del Pitrè insegna che il compito dello studioso delle tradizioni popolari è quello di vedere come esse si sono formate, perché si conservano, quali sono stati e quali sono i bisogni che ne determinano non solo la conservazione ma quella continua, e direi quasi naturale rielaborazione, dov'é il segreto stesso della loro esistenza che è un continuo morire per un eterno rivivere.

Il concetto della tradizione non è un concetto statico, ma è un concetto intimamente ed eminentemente dinamico. Una delle conquiste più notevoli della psicologia contemporanea è la determinazione di una sfera di fenomeni spirituali che sfugge alla presa della coscienza riflessa e si cela in un'indecifrabile penombra di interiorità. C'è nel vasto operare dei fedeli, nelle impercettibili vibrazioni dell'anima religiosa collettiva, una parte che si ribella alla luce della cultura e che sfugge all'esplorazione della ricerca metodica.
I primi abitatori dell'Isola, a Lèvanzo o a Marina di Ragusa, furono indubbiamente zoolatri come tutti i preistorici. Tra le divinità neolitiche, la misteriosa Gereatide è il simbolo senza sesso della generazione. Si venerava a Nasso, nei dintorni di quell'approdo, nel famoso Santuario di Hybla sulle pendici dell'Etna (l'origine dei primi insediamenti nel territorio dell'attuale Paternò si fanno comunemente risalire ad un'epoca antecedente la venuta dei Greci, nell'epoca di Tapsos, 1050-850 a. C.) e in molte altre località, sotto lo stesso nome e il comune rituale, consistente nell'offerta degli organi sessuali degli animali sacrificati, appesi agli alberi sacri assieme alle corna e agli amuleti magici propiziatori. La città di Hybla fu detta anche Gereatide in onore di quella divinità, alla quale si votò una vasta setta di sacerdoti, come sembrano testimoniare i numerosi rinvenimenti archeologici che denunciano la presenza di una città il cui nome era Ibla Gereatide.

Dea-madre Kourotrophos che allatta

Il maggio mariano dedicato alla Madonna, ci ricorda come nello stesso periodo venisse venerata in Sicilia una statua di donna, appunto la Gereatide sicula (nelle altre regioni Afrodite) che stringeva al petto un grazioso bambino e veniva trasportata trionfalmente per la città. Cerimoniale, questo, che si ripete ancora oggi. Traccia dell'antico culto autoctono, con l'offerta votiva delle gerre a Gereatide, si riscontra tuttora, tra i pastori dell'Isola, nell'usanza di appendere le interiora degli animali appena sventrati a quell'albero secco che sono soliti piantare accanto al proprio pagliaio, e dove mettono comunemente i propri zaini e le fiscelle gocciolanti al riparo dalle bestie. In quell'uso attuale e ricorrente è notevole il particolare che non buttano subito ai cani le frattaglie delle pecore e degli agnelli scuoiati, ma solo dopo averle tenute appese per un breve spazio di tempo - come nel rito atavico - a quell'albero sacro che essi chiamano staccia.

Noi non sappiamo ancora se Gereatide ebbe forma antropica e sessualmente distinta, oppure sembianze umane ed animali insieme, come certe coeve divinità delle civiltà religiose più esplorate di Samarra Elam e Unuk - Uruk, alle quali certamente è legata per molti aspetti.
Nella Cosmogonìa sicula, le stesse uova sacre di pietra che si schiudono al volo dell'allodola, secondo l'iscrizione greca del ritrovamento archeologico di Siracusa, ci danno testimonianza di un altro antichissimo rituale collegato al medesimo simbolo religioso della divinità generatrice. Nella Cosmogonìa fenicia, esposta da Sancuniatòne intorno all'XI secolo a.C., questo simbolo è identico. "Il materiale religioso delle tombe di Micene attesta inconfutabilmente l'adozione completa della religione cretese...
Il fondo pre-ellenico è in ogni luogo sensibile alle origini del politeismo".
La forza delle origini della vita fu certamente il primo fenomeno trascendentale della Natura preso in considerazione dai popoli mediterranei, come la manifestazione di un'invisibile e sotterranea presenza super-umana; il pullulare di questa concezione ha tanti piccoli spettri d'azione e porta il nome di tante divinità quanti sono i villaggi preistorici che ha portato alla luce l'archeologia in quest'area.

Nella storia delle religioni, la neolitica Gereatide corrisponderebbe alla Gran-Madre mesopotamica Ishtar (Astarte), alla sumerica Inanna di Uruk, amante di Tammuz (o Dumuzi), a Ba-alat dei Cananei, a Na-na dei Caldei e a Min degli Egiziani.

I calcidesi colonizzatori della costa orientale l'avrebbero identificata nell'VIII secolo a. C. con la grecizzata Afrodite, e così ad Entella, a Segesta e ad Erice, dove questa divinità diventò Afrodite e Venere dopo essere stata Erycina — la madre del re indigeno Buie fondatore della città eponima — forse anche Iside, e per svariati secoli Astarte. Altre divinità, ctonie, che infondevano la vita alla vegetazione dalle profonde oscurità del sottosuolo, si adoravano in epoca pre-greca a Selinunte e a Gela, dove sorgeva un sacrario ad est del fiume omonimo, nella località di Bitalemi, oltre che a Megara Iblaea, la cui Dea-madre Kourotrophos, che allatta amorevolmente i suoi piccoli, è possibile venerare, o ammirare tuttora al Museo di Siracusa.

I coloni rodi e cretesi che nell' VII secolo a. C. sentirono la necessità di sincretizzare i locali culti indigeni con il proprio di Dèmetra e Kore, lasciarono alla Dèmetra di Bitalemi le sue specifiche e benigne caratteristiche sicule, e cosi ad Enna, dove la tradizione localizza addirittura il santuario della divinità, divenuta in ultimo Cerere, nella cosiddetta Rocca di Cerere, indicata dalla popolazione ennese con quel compiacimento semplice e agreste che ne illumina di pallida luce preistorica il sentimento religioso. Il dio ctonico Adrano, trasposto nel greco Efesto, era adorato in tutta la Sicilia, e così anche il cane - simbolo squisitamente spirituale d'amicizia e di fedeltà protettrice - testimoniato per Adrano, Argirio, Messana, Segesta e molte altre località. Gli alberi furono sacri alle antiche tribù sicane e sicule dei luoghi di Enna, di Camarina, di Inessa e di Catana — l'odierna Catania — denominata Etna da Gerone I di Siracusa, quando la sottomise nel 476 a. C, subito dopo la vittoria di Imera, — e lo sono tuttora in alcuni villaggi dell'interno.
Delle due divinità indigene Lagasis e Butaias ci sono pervenuti soltanto i nomi, mentre di tante altre conosciamo appena la traduzione greca del nome indigeno di esse : Nestis, Pediacrite, Leukaspis, Buphònas, Glychatas, Krytidas. Nomi derivati da fiumi, laghi, sorgenti e località, perciò si ha la prova indiretta della pratica di un culto palingenetico. Questi spiriti divinizzati sono stati trasposti dal sentimento religioso isolano in una metamorfosi mitica ininterrotta fino all'avvento delle religioni razionali e monoteiste, nelle quali, per esso, Dio non è il principio e la fine dell'Universo, ma rimane il più antico e il più impenetrabile degli Altri Grandi Spiriti che sovrastano il destino degli uomini e delle genti. Una sostanza religiosa medesima, da allora ad oggi.

Sotto l'azzurro terso del cielo la sensibilità di questo popolo è rimasta immota e pagana come il mistero ctonio e la forza arcana dei Dvi, le divinità autoctone che dalla città ideale di Palica guidano lo spirito religioso della sua lotta di liberazione fin dal V secolo a. C.
I sacrari indigeni di Erice, di Agrigento, di Siracusa e di Càtana divennero Templi della più alta civiltà mitologica siceliota per la semplice sovrapposizione delle colonne e del frontone, così come, nel tempo, furono adattati al culto ufficiale romano, cristiano, islamico, bizantino e cattolico, per la stessa naturale indifferenza e indisponibilità dell'Anima collettiva a mutuare la propria impulsività religiosa — atemporale — con le labili ipotesi dei fatti trascendentali ridotti a storia delle religioni.
La mancanza del tetto nel bellissimo tempio dorico di Segesta, eretto anch'esso intorno all'altare più antico di una divinità indigena, può spiegarsi con il fatto che le popolazioni della Sicilia arcaica — come tutte le altre primitive comunità del Mediterraneo — abbiano adorato il Sole, « il dio che si rinnova ogni giorno ».
Nel liquido mondo chiuso delle più antiche civiltà dell'Egeide e della Mesopotamia, da Ugarit a Canaan, a Cipro, all'Egitto e all'Africa Settentrionale, la letteratura sulla mitologia solare è ricchissima. Dalle invocazioni a Râ, il dio Sole delle cinque piramidi di Saqqura, alle notizie contenute nella tavoletta pittografica di Kish che si conserva ad Oxford, il mito ha una comune struttura fondamentale e unitaria, nella varietà dei modi regionali di espressione.
I fenomeni naturali del sorgere e del tramontare della palla di fuoco, che è all'origine stessa della vita, dovettero costituire i primi eventi quotidiani determinanti per il germoglio dell'attenzione e della sensibilità religiosa delle popolazioni preistoriche, passate dalla caccia alla pastorizia e alla coltivazione della terra, osservando, appunto, la durata dei viaggi solari, il succedersi delle stagioni e i fenomeni concomitanti dell'intensità della luce e dello sviluppo della vegetazione.

L'Isola del sole, è una realtà mitica attestata da Omero:

E all'Isola Trinachía, verrai: qui in numero grande
van pascolando le vacche del Sole e le floride greggi,
sette mandrie di vacche, e tante greggi belle di pecore,
cinquanta capi ciascuna; parto fra queste non c'è,
nè mai muoiono: due dee ne sono guardiane,
due ninfe riccioli belli, Faètusa e Lampétíe,
che partorì a Iperíone la lucente Neèra.
Le partorì, le nutrì la madre sovrana,
e all'isola Trinachía le mandò a viver lontano,
le greggi del padre e le vacche corna ricurve a badare.

(Odissea, XII, 127-136, trad. di Rosa Calzecchi Onesti)

"La stessa data del 25 dicembre fu scelta dalle chiese della cristianità già qualche decennio prima della metà del IV secolo d.C. per sostituire la festa del Solstizio d'inverno, cioè il giorno natale del dio Sole, divinità mitriaca che godeva anche in Roma di un particolare culto: infatti, in Oriente si continuò ancora per parecchio tempo a festeggiare la nascita di Cristo il 6 gennaio ».
« Gli storici della religione ci hanno mostrato come la religione solare diffusa soprattutto nelle classi dirigenti e tra le persone colte, abbia dato origine all'idea di un dio supremo, ordinatore dell'universo, e come a sua volta la cristianità abbia accettato alcuni aspetti del dio Sole; una prova visibile di questa contaminazione si ha nella raffigurazione di Cristo come Helios nel mosaico scoperto sotto la volta dei Giuli, in occasione di scavi nella necropoli sotto san Pietro in Roma. La filosofia pagana aveva aperto la via a un filone di pensiero monoteistico, che aveva trovato alleati nell'astrologia e nell'accettazione generale della monarchia come unica forma efficace di governo. Il culto dell'Exsuperantissimus, superiore a tutti gli altri dèi, accoglieva idee familiari alla fede ebraica e alla teologia cristiana".
Durante la lunga notte preistorica la religione solare fu ovviamente fusa, o confusa, in Sicilia, con quella di Gereàtide, alla quale si sovrappose ancora l'altra, corrispondente al semitico culto di Adone, il Signore, che nella forma originaria di Byblos, e in quella più elaborata del dio Adonis della mitologia greca, esprime il fulgore vegetativo della Terra dopo la tetra parentesi della discesa agl'Inferi del bellissimo giovane, amato dalla consanguinea Ba'alat - Astarte o Afrodite. Ishtar, infatti, fa parte della triade divina mesopotamica: Sin è la luna e Shamash il sole; l'Astarte dei Greci sarà Venere, e così alla fine, la coppia divina Adon-Astarte — Isis e Horus per gli Egiziani si troverà adattata, almeno in Sicilia, nel culto della Vergine-Madre e del bambin Gesù, quando non di sant'Agata addirittura, rinnovandosi la tradizione di quel plurimillenario processo storico di trasposizione dei culti e delle religioni, con irrefrenabile gioia all'apparizione delle reliquie e la grande solennità mista ad urla, danze e lancio di cappelli in aria. Chiaramente si notano delle somiglianze e dei collegamenti con i misteri eleusini. E innegabile la trasposizione del mito greco che riflette chiaramente l'antico mito orientale del dio sumerico Dummùzi, assiro e babilonese Tammùz, egiziano Osiris, ittita Telipinu, ugaritico Baal, e Afrodite prende nel mito il posto della dea-madre orientale.
Questo amalgama di teologie astrali mesopotamiche e di drammi ritualistici stagionali che avevano luogo in Sicilia in occasione dei grandi solstizi di primavera, d'estate e d'autunno, in onore del Sole, di Adone e di Gereàtide — divenuta Afrodite sulla costa orientale e Astarte sull'occidentale, dove la presenza tiria e punica fu incontrastata per 10 secoli — e conservato e osservato piamente dalle tradizioni popolari con le seguenti usanze rituali:

Riti dei piatti o ciòtuli

Si è soliti seminare il grano in tazze o in piatti in cui la terra è stata innaffiata con il latte, e fatto germinare al buio perché gli steli crescano esili e pallidi. Secondo la tradizione cattolica, al solstizio di primavera, la delicata vegetazione viene adornata con un bel nastro di seta, e il piatto, offerto e deposto, nel giorno della "passione", ai piedi del sepolcro di Gesù Cristo, così come questi stessi giardini di Adone venivano deposti, ieri accanto al simulacro del dio semita ucciso dal cinghiale e conteso alla divinità dei morti dalla madre-amante dell'olimpo fenicio.

"Che le attuali testimonianze folkloristiche dei piatti votivi si debbano considerare in diretto rapporto coi giardini di Adone, non pare dubbio, se si tiene presente anche l'area geografica, abbastanza unitaria, da cui provengono. Si tratta infatti delle stesse regioni per le quali si ha sicura notizia della diffusione del culto di Adone, da Alessandria d'Egitto a Cipro, alla Grecia, a Cartagine, all'Italia meridionale. In favore di un rapporto genetico parla anche il confronto delle date in cui si svolgevano i riti di Adone e quelli della religione cattolica. Non pare improbabile pertanto che la cerimonia religiosa del giovedì santo abbia risentito l'influenza di un costume cosi largamente diffuso nei paesi del Mediterraneo orientale. Un punto di contatto assai interessante è dato inoltre dalla somiglianza che presenta lo svolgimento della festa: alla giornata del lamento funebre seguiva nelle Adonie un brusco cambiamento di scena, quando Afrodite ritornava dall'Acheronte in compagnia del giovane risuscitato; al dolore succedeva la gioia piu intensa. La medesima sequenza si ha nel rito della settimana santa, durante la quale i fedeli passano rapidamente dal lutto della passione alla letizia della risurrezione di Cristo".

Festa di mezz'agosto, o vamparigghia

Per l'Anima popolare, eternamente superstiziosa, rappresenta la tradizione obnubilata della risurrezione dello spirito di Adone, trasposta dalla ereditata memoria razziale nella festa della Pentecoste. Il suo spirito pagano affiora persino dalla risposta sintomatica che il siciliano è solito dare a sè stesso, per spiegarsi (irrazionalmente) un fatto illogico o il dogma: "Ciò avviene per opera e virtù dello spirito santo".

Offerta del primo grano, raccolto nel mese di aprile

Il rituale antichissimo della sua stessa preparazione e dell'offerta agli amici, va sotto il nome di buciareddu o bucìa.
La tradizione degli originari simboli religiosi e le prove della loro discendenza arcaica sono raccolte nelle opere di Giuseppe Pitrè (Alberi e piante negli usi e nelle credenze popolari siciliane; Meteorologia popolare siciliana; Modi proverbiali e motti storici di Palermo raccolti e illustrati), di M. Di Martino (Gli spiriti nelle credenze popolari siciliane).
Si noti una corrispondenza con il comando divino dato agli israeliti, presente nel pentateuco di Mosè (Levitico 23:9-14).

Dèmetra e Kore

Il culto di Dèmetra e Kore, introdotto nell'VIII secolo a.C., è il risultato di un evidente processo di sincretizzazione con il precedente di Adone, e, dunque, di una metamorfica trasposizione di quelli più antichi del Sole e di Gereàtide. Raccolto nell'Inno Omerico di quell'epoca, simboleggia la fertilità della terra con il grano che muore d'inverno per rivivere a primavera.
E se l'origine del mito è greca, una tradizione risalente al IV secolo a. C. assicura che il rapimento divino avvenne su un prato di Enna, al centro della Sicilia. Secondo la versione sicula, "Pluto, dio dei morti, sarebbe apparso improvvisamente alla giovane figlia di Dèmetra che raccoglieva fiori assieme alle Ninfe coetanee, costringendola a salire sul proprio carro e reimmergendosi dentro il magico lago di Pergusa per vivere con lei negl'Inferi. Il fiume Anapo, a Siracusa, avrebbe accolto Kyàne, una delle ninfe fuggiasche trasformandola in quella classica Fonte che ancora oggi è meta di romantici viaggi d'innamorati e di severi sopralluoghi di studiosi della genesi mitologica.
Per nove giorni Dèmetra pianse disperata e non toccò il cibo, fino a quando la pietà del Sole non le rivelò con i raggi il luogo dove Kore viveva, definitivamente innamorata del rapitore (sindrome di Stoccolma ante litteram), e padre Zeus avrebbe indotto Pluto a rimandare la sua bionda amante per due terzi dell'anno presso la madre, con l'impegno solenne che le avrebbe fatto trascorrere l'inverno col marito per presiedere la Giustizia dell'Oltretomba.
I primitivi simboli mediterranei della terra nutrice e del ritorno felice della Primavera si arricchirono dell'evidente interpretazione nordica e poetica del mito greco, e il culto omonimo costituì in Sicilia l'elemento preponderante di tutta l'attività religiosa del periodo ellenista; i suoi rituali continuano così a scorrere nella tradizione pia del popolo, che li considera tuttora parte della liturgia della chiesa cattolica perché l'inconscio collettivo, per la nota legge dell'habito che si applica sia all'individuo che alla sua razza, li ha convertiti e isolati, identificandoli con i riti delle trasposte feste della chiesa cattolica.

Dal volume "Il sentimento religioso dei siciliani" di Christian E. Maccarone. Edizione CSSSS.

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