Poesia del Mese2

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Giuseppe Pecora

"Habent sua fata libelli" Terenziano Mauro

Il poeta Giuseppe Pecora, autore del libretto "Rondinella in Paradiso" dal quale è tratta la poesia "A Maria", proviene dal mondo della scuola. Egli infatti è stato, per quasi un quarantennio, prima docente e poi preside nelle scuole medie superiori. Provvisto di laurea tecnica ma appassionato studioso di classici greci e latini, è stato un verseggiatore fedelmente legato alle regole della metrica e ai modelli lirici dei più grandi poeti italiani. Attento e partecipe ai problemi educativi, ha composto, nell'arco di un trentennio, poesie ambientate nella scuola. Le sue strofe, inoltre, sono permeate di fresco amore per la famiglia, di solida coscienza morale, di simpatia umana verso il mondo degli umili, e di empatia verso coloro che soffrono. Nella sua produzione poetica trovano pure spazio alcune meditazioni di carattere religioso dirette a far conoscere il vero scopo della vita, e a dirigere e aiutare l'uomo in modo da conseguire il proprio fine personale, che è il possesso di Dio.
Il prof. Giuseppe Pecora è deceduto nel

A Maria

O diletta e dolce sposa,
ti rivedo con la mente
elegante e sorridente,
bella e fresca come rosa.

    Mi sovvengo lentamente
    dei begli occhi e di quel viso;
    e la luce di un sorriso
    ora brilla nella mente.

Sorridevi facilmente,
suscitando dentro il cuore
dolci palpiti d'amore
non di rado, certamente.

    Io ricordo con diletto;
    la dolcezza di quel viso
    lo splendore del sorriso;
    la gran fiamma di quel petto.

E ripenso con dolore
alla vita di studente:
triste e amara; solamente
consolata dall'amore.

    Or che sono vecchierello,
    mi rimane nella mente
    e mi culla dolcemente,
    quell'amore grande e bello;

che molceva l'amarezza
che provavo, giovinetto,
senza madre, senz'affetto
né sorriso né carezza.

    E conservo dentro il cuore
    un tesoro: quei tre figli
    - belli e puri come gigli -
    che mi desti per amore!

Poesia scritta per la sua cara e fedele moglie Maria

"JU, SICILIA" La Rivista del Centro Studi Storico-Sociali Siciliani

Giuseppe Nicolosi Scandurra

Giuseppe Nicolosi ScandurraBravo improvvisatore del quartiere cosiddetto del Fortino e, almeno all'inizio della sua carriera del tutto analfabeta e con studi interrotti a livello delle classi elementari. Scuola di poesia furono le bettole dei pressi di Porta Garibaldi prima degli anni Trenta. In queste bettole (le più frequentate erano, allora, quella di Manna, soprannominato il Barone, situata, inizialmente, in piazza Palestro, proprio all'angolo con via Bianchi; e quella di Rapicavoli, sulla salitina di Muntipidocchiu prospiciente via Acquicella), erano soliti riunirsi, la sera, operai, artigiani e contadini della zona, per distrarsi, per un paio d'ore, sorseggiando un bicchiere di vino, giocando a carte o ascoltando le ottave estemporanee che i poeti dialettali improvvisavano in gara tra loro. Affollate e appassionatamente seguite erano pure le cosiddette disfide che, nei pomeriggi domenicali, avvenivano in queste bettole, o in altre della Zia Lisa o di Nesima Inferiore, dove il vino era fuori dazio, con poeti di altre zone della città. Era diventata così di casa, al Fortino, la poesia dialettale estemporanea che i poeti locali, solitamente sempre vincitori, lo avevano pomposamente battezzato Montalbano: il nome dell'imprendibile castello del paladino Rinaldo.
E' in questo ambiente, così saturo di entusiasmo per la poesia dialettale che si formò e visse per un buon tratto della sua vita, lo Scandurra; sino a quando, cioè, non fu nominato, evidentemente per meriti poetici, bidello della scuola elementare Caronda della stessa zona.

Giuseppe Nicolosi, inteso Scandurra dal cognome della madre a cui il poeta somigliava moltissimo, nacque a Catania, nel 1887, in una misera casetta di via Curia, da un povero fabbro e da una non meno povera contadina. Concluse poi i suoi giorni, nel 1966, con una biro e un foglio di carta abbandonati sulla coperta, nella casetta del custode del circolo didattico Caronda di via Zammataro, situato tra il cosiddetto Passareddu e via Acquicella.

Lo Scandurra godette, nel suo tempo, di una certa rinomanza soprattutto a livello popolare ed ebbe una fitta schiera di proseliti e di ammiratori. Inizialmente, era un povero contadino ignorante e analfabeta, ma dotato di un certo ingegno e di non poca ambizione e vanità. Vanità che si rivelava, specialmente quando si ritenne arrivato, anche nel suo caratteristico modo di vestirsi, particolarmente nelle grandi occasioni: zazzera prolissa; cravatta col fiocco; vestito alla cacciatora di velluto scuro a coste verticali; fazzolettone rosso, con piccoli disegnini bianchi, distrattamente lasciato un pò pendulo fuori da una tasca.

Allorché cominciò ad appassionarsi alla poesia dialettale, imparò quasi da solo a leggere e a scrivere e, desideroso com'era, di farsi avanti e di emergere a tutti i costi, si buttò accanitamente a leggere e a studiare quanto gli capitava sottomano. Fu anzi, e per tutta la vita, un accanito autodidatta. Suo primo maestro, insieme con i canti popolari siciliani, che aveva cominciato a mandare a mente sentendoli recitare dai contadini suoi compagni di lavoro, fu il grande Giovanni Meli, di cui imparò a memoria non solo molte odi, ma anche larghi squarci de La buccolica e di altre sue opere. Lesse pure i capolavori dei nostri maggiori poeti in lingua: Petrarca, Ariosto, Tasso, Leopardi e lo stesso Dante Alighieri, di cui ripeteva, a memoria, non pochi brani e, perfino, interi canti. La lettura, anzi lo studio attento e indefesso, di questi grandi autori, alternato con quello di dialettali vecchi e nuovi, noti ed ignoti, che, non di rado, imitava e, talvolta, saccheggiava (fu accusato, infatti, di molti plagi), gli arricchirono la mente, gli affinarono il gusto e lo perfezionarono nell'uso del verso.

A chiarimento di quanto afferma il Musumarra si leggano solo questi due sonetti descrittivi, assai belli per la genuinità del sentimento e per la semplicità, la chiarezza e la spontaneità con cui viene espresso.

C'ERA LA LUNA

Ntra lu silenziu di la notti funna
sulu pri la campagna caminava;
c'era la luna ccu la facci tunna;
chi li munti e li chiani inargintava.

Non si muvia di l'arvuli na frunna,
ogni filiddu d'erva ripusava,
di lu mari durmia placida l'unna
e l'aura di la notti triunfava.

Ntra lu funnu vadduni, alluntanatu,
sintia lu cantu di lu rusignolu
ca duci si spargìa di pratu in pratu.

Lu passanti cantava pri la via
ccu la cadenza a l'usu campagnolu,
e la luna la scena si vidìa.

Bibliografia: Natura e sintimentu 1922; Campagni e marini di Sicilia 1926; Poesie scelte 1979.

Mario Gori

Siciliano di Niscemi, si trasferì a Firenze. Ha lasciato lavori ancor oggi inediti. Un Garofano rosso titolo sintomaticamente vittoriniano del suo volume di poesie. Certamente la raccolta più organica e compiuta, dove il tema non segreto e che agisce con la persistenza di basso profondo è quello della pena di vivere (che è pure il titolo di una raccolta postuma). Una sorta di biografia coniugata con la condizione isolana e con una fedeltà elegiaca che ne attutisce la virulenza e la possibile retorica. La poesia di apertura è intitolata "Ritratto", delineazione insieme di una condizione di cupezza irrequieta e di un destino di poesia: Io sono un saraceno di Sicilia / da secoli scontento, / un antico ramingo che ha pace / solo se va. / / Ma il cielo è alto, / è altissimo / e la mano dell'uomo non arriva / a rubare una stella. / / Così / vado in cerca d'un fiore / da appuntarmi sul cuore. Tentò di creare un movimento letterario: Trinacrismo che si proponeva il rinnovamento del dialetto al quale Gori dedicò le sue cure e il risultato più cospicuo è il volumetto "Ogni jornu ca passa", versi dove la vigile ricerca linguistica si accompagna a una accoratezza esistenziale ma che oltrepassa la istanza individuale e la stessa situazione dell'uomo del sud, come nella composizione "A lu me paisi" con una chiusa che risuona di Verga e della sua rocciosa visione: E chi resta? Lu signali / di 'na cruci cu lu nomu: / fici beni e fici mali, / mortu ognuno è galantuomo.
Al suo attivo stanno tre riviste: Soffitta (1954), il Banditore del Sud (1961), Sciara (1965), un'opera di intensa tessitura con la quale tentava un indizio di organizzazione culturale.

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Marco Scalabrino

Marco Scalabrino nasce nel 1952 a Trapani ed ivi risiede. Ha scritto "Lu carrubbu di Titta" e "L'affari Busillis", commedie in dialetto siciliano in tre atti, tuttora inedite. Ha pubblicato "Palori" (1997), poesie in daletto siciliano. Nel 1999 ha tradotto Nat Scammacca e pubblicato Poems Puisii. Ha curato la prefazione della silloge di John Ligny "Troppo Tardi" del 1998. Ha tradotto in siciliano le sillogi di Stanley Kunitz, Ferdinando Alfonsi, Arthur R. Clements, Peter Russell. Alcuni suoi saggi su opere di autori siciliani dialettali e non, sono stati pubblicati su riviste letterarie e periodici quali: Arte e Folklore di Sicilia di Catania, La Voce di Sambuca di Sicilia (AG), La Vedetta di Ravanusa (AG), Lumie di Sicilia di Firenze, Silarus di Battipaglia (SA) ecc.

SICILIA CI CRIDI

Marini suli coppuli lupara
bagghi templi canzuni marranzanu
cuscusu pisci pupi petra-lava...
facissivu bonu a scurdarivilli!

Curcatu nna la storia d'un paisi
unni sparti un cumuni patrimoniu
di sangu di lingua e di civiltà
c'è un populu chi sonna di scuddarisi.
lu jugu rancitusu chi l'appuzza.

Nun la svigghiati cu la scusa: - E' tardu! -
Sicilia accomora cridi a li sonni.

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